“la mia natura è nomade” – la cuoca itinerante salentina si racconta

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cuoca itinerante salentina

cuoca itinerante salentina intervista di salentoterradagustare.it

Alessandra Ferramosca, o meglio, la cuoca itinerante salentina è una di quelle persone che solo a seguirla tramite social ti viene voglia di conoscere e di ascoltarne la storia. Solare, intelligente e innamorata della propria terra, gira per il salento, l’Italia e anche il mondo ( ha rappresentato il salento alla fiera Danubius Gastro ) promuovendo la nostra cultura gastronomica.

Una mattina di Gennaio, complice la promessa di un famoso pasticciotto galatinese. sono riuscita a fermarla e a farmi raccontare un po’ più di lei e del suo modo di intendere la cucina salentina.

Perchè “cuoca itinerante salentina”

Perchè non ho una sede fissa, porto la mia cucina in giro, in base agli eventi che organizzo o a cui partecipo. Ho provato a fermarmi in un solo luogo ma non ce l’ho fatta, così ho capito che la mia natura è nomade.

Ho fatto tanti lavori, dal call center al direttore marketing per un’azienda di latticini, ma dal luglio del 2013, dopo un periodo intenso dal punto di vista personale, ho deciso che dovevo fare qualcosa per me e che dovevo vendere quello che io so fare. Ecco quindi che nasce la mia avventura come “cuoca itinerante salentina”.

Non scriverò mai un libro di ricette

Più che spiegare come si prepara una ricetta, a me piace creare un’esperienza dietro alla fruizione del piatto, per scoprirne  la cultura e la storia che c’è dietro. La ciceri e tria, ad esempio, credo sia uno dei piatti più rappresentativi del salento perchè legato ad un particolare periodo dell’anno, e per le modalità di preparazione profondamente identificative del nostro territorio ( con la cottura in pignata dei ceci ndr).

L’amore per la cucina nasce dall’infanzia

Da bambina trascorrevo tanto tempo a guardare la mia nonna materna cucinare, ed è stata lei a trasmettermi l’amore e il rispetto per il cibo. Nella vita mia nonna faceva altro ma quando entrava in cucina si dedicava a pieno: ricordo ancora bene le rughe sulle sue mani e soprattutto il profumo e i sapori che riusciva a creare con pochi e semplici ingredienti.

Al contrario di chi era un pò più gelosa dei suoi segreti culinari, per cui non mi faceva mai entrare in cucina mentre era all’opera, presentandomi direttamente il piatto già pronto.

Comunicare con il cibo è bello

Spesso durante i miei laboratori per turisti mi viene chiesto di parlare perfettamente inglese per agevolare la comunicazione. Credo, invece, che in cucina comunicare con il cibo è più bello e, soprattutto, dà l’opportunità a chi è venuto fin qui per conoscere la nostra cultura di immergersi totalmente con i sensi.

Seguendo questo mio istinto,infatti, alla fine dei laboratori i partecipanti sono entrati talmente in sintonia con il contesto che hanno imparato anche qualche frase in dialetto!

E poi c’è lo stupore che leggo nei loro volti: la meraviglia per aver creato un piatto buono e genuino con ingredienti semplici e in poco tempo. Spesso arrivano da me pensando di non esserne capaci o che ci sia chissà quale lavoro dietro la nostra cultura gastronomica: ecco perchè si sorprendono nel trovarsi a lavorare acqua e farina per fare la pasta.

Ciceri e tria solo a san giuseppe, non tutto l’anno

Credo che per mantenere viva la tradizione e trasmetterla ai nostri figli, bisogna fare quello che i nostri predecessori hanno sempre fatto:  seguire la stagionalità dei prodotti in modo che ogni periodo dell’anno abbia i suoi profumi e i suoi sapori unici, e non destagionalizzare un piatto nelle nostre case ( non in senso turistico ndr).  Ad esempio, io faccio la ciceri e tria ogni anno solo a San Giuseppe, come da tradizione: se la facessi tutto l’anno si perderebbe il gusto, il sapore, e il senso di una nostra tradizione. 

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