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Alla scoperta del tempo perduto, ma non troppo.

Rinascere dalla fratellanza
12 Aprile 2020

Massimo Vaglio per me è stato in prima battuta solo un nome, anzi un faro per il recupero di antiche ricette salentine e la loro storia, poi è diventato “una persona in carne ed ossa” nel senso che l’ho incontrato e conosciuto in maniera del tutto casuale. Questo uomo apparentemente burbero e taciturno mi ha colpito non solo per l’accurata conoscenza della materia enogastronomica salentina ma, soprattutto, per la grande umiltà e capacità di avere sempre un punto di vista interessante e non banale, su qualsiasi tema.

Tutta la sua incredibile storia, nobiltà d’animo e amore per la natura si sono palesati una mattina di aprile durante una lunghissima chiacchierata che sarebbe dovuta finire in un’intervista, purtroppo, mai trascritta e mai pubblicata ( mia grandissima culpa). Di quell’ incontro, però, non potrò mai dimenticare i suoi occhi lucidi, spontanei e sinceri quando per dovere di cronaca l’ho coinvolto in un piccolo frammento della mia storia, occhi che, nel silenzio, hanno fatto si che si stringesse un legame oltre la semplice stima.

Oggi lo ritrovo nella veste di scrittore, cantastorie di un tempo apparentemente perduto ma che, nella realtà, vive tuttora nella nostra gestualità, nei pensieri e in tutto ciò che comunemente chiamiamo cultura salentina.  “Santu Sitru”  è una raccolta di 12 racconti  in cui Massimo, ragazzino curioso e famelico di conoscenza, fotografa indelebilmente nella sua memoria luoghi ( Sant’Isidoro, la piazza coperta, il centro storico etc..), rituali di comunità ( la salsa, la vendemmia, la vita di masseria)  paesaggi e personaggi come il tirchio don Memè, l’iconico Lattarulo, e il poetico Cricoriu Pettirusso.

Con uno stile schietto e sincero che non cerca l’iperbole letteraria ma va dritto al punto senza troppi indugi, proprio come l’autore,  con sprazzi d’ironia tutta salentina, pagina dopo pagina si ha la sensazione di rivivere in prima persona il luogo e il tempo rappresentato, anche quando per motivi anagrafici non si ha avuto la possibilità di viverli davvero.

Questa “trasposizione” mentale viene resa possibile in primis dalla capacità di coinvolgere il lettore ma anche  dalla potenza dei contenuti di ogni racconto. Quello che Massimo ci racconta in questo libro, nonostante il tempo, scorre ancora nelle nostre vene e nelle nostre viscere, in quello che gli intellettuali chiamerebbero  substrato culturale.

Io, invece, da  semplice lettrice lo chiamo sangue salentino.