piatti delle tavole di san Giuseppe

I piatti delle “tavole” di san Giuseppe: quali sono e la loro simbologia

Dal 18 al 19 Marzo di ogni anno le case e i borghi salentini si aprono ad una delle tradizioni più sentite e affascinanti di tutto il periodo pasquale: grandi tavolate bandite a festa si offrono a San Giuseppe con delle prelibatezze frutto di una ritualità e una cura immutata nel tempo.

Quali sono i piatti delle tavole di san Giuseppe e il loro significato

Tutti i piatti tradizionalmente offerti al santo sono tipici della cucina povera contadina salentina e rispettano i dettami della quaresima non comprendendo alimenti a base di carne o formaggio.

  • Le cipolline selvatiche o lampascioni condite con olio e aceto, simbolo della fine dell’inverno e l’ inizo della primavera
  • Pasta con i ceci (massa di San Giuseppe) : il colore bianco e giallo rappresenta il narciso fiore tipico dei primi tepori della primavera. Questo piatto evoca direttamente la festività di san Giuseppe ed è riconosciuto anche fuori dalla Puglia.
  • Pasta con miele e mollica di pane: questo piatto è preparato soltanto per questa occasione ed è frutto dell’obbligo di astinenza qauresimale: non potendo usare carne e formaggio la pasta veniva insaporita usando il miele e la mollica di pane. Tale divieto aveva incosciamente anche l’ obiettivo di rendere simili i poveri con i ricchi, almeno per 40 giorni l’anno.
  • Vedura bollita condita con olio ( mugnuli e cavolfiore) a ricordare il bastone fiorito di san giuseppe.
  • Zuppa di ceci: alimento sano e robusto, denominato “carne dei poveri” un tempo protagonista asooluto della tavola dei contadini e braccianti
  • Il pesce ( stoccafisso, vope fritte, o tonno) rappresentava il cibo delle grandi occasioni per i poveri e, nella tradizione cristiana, è il simbolo di cristo stesso
  • Le carteddate (cartellate): dolci tipici di Natale che soltanto per S. Giuseppe vengono rifatti a marzo. Le striscie di pasta con cui sono fatte rappresentano le fasce di gesù bambino.
  • Pani devozionali di San Giuseppe : hanno la forma di una grossa ciambella e sono il simbolo di condivisione e generosità. Ci deve essere uno per ciascun santo “invitato ” a tavola, con uno specifico segno ricavato sopra: il giglio, segno di purezza, per quello di San Giuseppe, la coroncina del rosario per quello della Madonna, tre palline di pane come la santissima trinità per gesù bambino, un bastone per gli altri santi e una palma per le altre sante.
  • Finocchi e arance: un fine pasto ricco e nutriente

Come si prepara la tavola e il rito devozionale

Le tavole di San Giuseppe si preparano per un minimo di tre santi ( San Giuseppe, la Madonna e Gesù Bambino) e un massimo di 13, comunque sempre in numero dispari. È possibile visitarle in giro per i borghi salentini per tutta la sera del 18 marzo fino al mezzogiorno del 19 quando, dopo aver partecipato alla messa, i “santi” ( ovvero le persone invitate a rappresentare i santi) si recano nelle case dove sono attesi. Dopo la benedizione del sacerdote gli invitati si siederanno a tavola e inizieranno a mangiare. Il colpo di bastone di San Giuseppe o il suono della forchetta sul piatto sarà il segnale per iniziare e finire la degustazione di una pietanza. Alla fine del pranzo, dopo un breve momento di preghiera, i santi portano via con sé tutto ciò che è rimasto.

Se la tavola è composta, invece, dalle materie prima crude essi portano con sè quello che è stato loro destinato senza dimenticarsi di pregare san Giuseppe perché esaudisca i loro desideri e aspirazioni.

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